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We want sex… equality

A Dagenham, distretto industriale dell’Essex, nel 1968 succede qualcosa di straordinario; qualcosa che, certo, meritava di essere raccontato.
È strano pensare che, solo quarant’anni fa, le donne ricevessero, da contratto, circa la metà della paga oraria dei colleghi uomini per svolgere lo stesso lavoro. Oggi suona come un paradosso, un’assurdità, qualcosa di inaccettabile. Eppure il 1968 non è poi così lontano.
Furono proprio una manciata di operaie della Ford di Dagenham, solo 187 su uno stabilimento che dava lavoro a più di 50.000 dipendenti, a cambiare le cose.

Quelle donne decisero di non accettare più un’immotivata subalternità e di lottare per ottenere pari diritti rispetto ai colleghi uomini e un sistema salariale basato sul merito e non sull’appartenenza di genere.
Richiesta più che legittima, diremmo oggi, e invece allora sembrò scandalosa, inappropriata, esagerata: le donne, prima di quel momento, non avevano mai scioperato. La direzione della Ford scelse un atteggiamento di completa chiusura e le donne furono costrette a portare avanti la protesta a oltranza finché non si guadagnarono, con la loro determinazione, l’appoggio dell’allora Ministro del Lavoro Barbara Castle.
È interessantissimo vedere messe in scena dinamiche di relazione industria-sindacati-governo che risultano ancora attualissime; i reciproci ricatti, le contrattazioni e le strategie che, troppo spesso, nulla hanno a che fare con il benessere dei lavoratori o della nazione intera.

Il film presenta moltissimi spunti di riflessione. Non solo accende i riflettori sull’ovvia ingiustizia della disparità retributiva, ma cerca di mostrare anche quanto offensivo potesse essere l’atteggiamento paternalisitico e accomodante di quegli uomini che pensavano fosse necessario proteggere o difendere un gruppo di donne che, al contrario, ha dimostrato di essere perfettamente in grado di cavarsela da sé.
Il pensiero corre inevitabilmente alla situazione odierna ed è impossibile non deprimersi pensando a quante conquiste dei nostri padri, o addirittura dei nostri nonni, vengano oggi messe in discussione se non esplicitamente calpestate. Della condizione specifica delle donne in Italia, poi, meglio non parlare perché il quadro si commenta da solo.

Nigel Cole, autore di L’erba di Grace, ha il merito indiscusso di aver portato sugli schermi una storia vera di lotta e di speranza che, forse, in questo momento è il nutrimento di cui molti animi sfiduciati hanno bisogno.
Tuttavia, dal punto di vista strettamente cinematografico, We want sex si è rivelato un po’ deludente. La sensazione generale è quella di un film costruito a tavolino, con un dosaggio quasi matematico delle necessarie componenti: commedia, tema sociale, relazioni umane, tragedia. Il risultato è un prodotto che suona spesso poco sincero. Dalla sceneggiatura sono eliminati tutti i veri contrasti e la storia procede come su un binario obbligato, in maniera tristemente prevedibile. Ma, soprattutto, non c’è nessun antagonista interessante. Le operaie sono tutte buone, motivate e in gamba, gli altri sono tutti stupidi, avidi e cattivi. Le scene comiche costituiscono, talvolta, delle vere e proprie cadute di stile e anche i dialoghi scivolano spesso nel cliché, soprattutto per i personaggi minori.
Film come We want sex fanno bene alla società. Un po’ meno al cinema.

 

We want sex (Made in Dagenham), GB 2010
di: Nigel Cole
con: Sally Hawkins, Bob Hoskins, Miranda Richardson
Lucky Red, 113 minuti
nelle sale dal 3 Dicembre 2010