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Vincere non cambia niente

Andre Agassi bambinoAndre Agassi ha sette anni e con suo padre guarda Wimbledon alla tv tra un allenamento e l’altro nel campo da tennis di casa. Gioca Björn Borg, l’idolo di Andre. Sembra una scena normalissima: il bambino che gioca a tennis guarda alla tv il suo idolo e sogna di emularlo, di vincere Wimbledon anche lui, un giorno. Eppure qualcosa stride in questa scena: «guardo Wimbledon alla televisione con mio padre e facciamo tutti e due il tifo per Björn Borg, perché è il migliore, non si ferma mai … – ma io non voglio essere Borg». Ecco perché questo libro nasconde, dietro le sembianze della classica autobiografia del campione dello sport, qualche motivo di interesse in più: perché in fondo racconta la storia di una lunga contraddizione, della vita di un uomo che odia lo sport che gli ha consentito di diventare un personaggio amato e rispettato, un idolo a sua volta e, aspetto ben presente nel libro, di diventare ricco. Tutto il memoir di Andre Agassi è strutturato attorno a questa contraddizione, che gli dà un tono effettivamente ai limiti del tragico: il tennista gioca (e vince) perché non ha scelta, ma odia quello che fa, e se avesse potuto scegliere avrebbe scelto di fare un altro mestiere. Qualsiasi altro mestiere. A tutti i personaggi del libro (preparatori atletici, ex pastori diventati cantautori, mogli, fidanzate, allenatori) Agassi a un certo punto confida di odiare il tennis. Tutti gli rispondono allo stesso modo: ma non può essere vero, stai esagerando, sei un campione, non è che un brutto momento. Solo una persona lo capisce e condivide al volo: Steffi Graf.

Andre Agassi, US Open 1992Chiunque abbia giocato anche sporadicamente a tennis da adolescente all’inizio degli anni Novanta ricorda il fascino esercitato da questo piccolo tennista di Las Vegas. In uno sport che, almeno fino ad allora, manteneva dei codici di comportamento e di abbigliamento di discendenza aristocratica Agassi, con i suoi capelli lunghi, i pantaloncini di jeans, le magliette lisergiche, trucco e orecchini ha rappresentato una rottura. Prima di completare una carriera ventennale e di vincere otto tornei del Grande Slam (i quattro tornei di gran lunga più importanti che scandiscono la stagione tennistica), di diventare un modello di filantropia con la ricchissima scuola da lui fondata a Las Vegas, di incarnare una sorta di famiglia tennistica perfetta insieme alla moglie Steffi Graf (ragionevolmente considerata una delle migliori tenniste di tutti i tempi), Agassi era una specie di punk del tennis, un ragazzetto americano ignorante, maleducato, malvestito e insofferente alle regole di Wimbledon, solo con una risposta esplosiva e una rapidità strabiliante.

Il libro smonta in parte questa immagine, o meglio la storicizza. La struttura è semplice: strettamente cronologica, dall’infanzia negli anni Settanta al ritiro nel 2006, con la narrazione della carriera sportiva e quella delle vicende personali che si intrecciano. Il tutto è incorniciato da un bel primo capitolo, in cui Andre racconta la sua ultima, epica vittoria in cinque set contro Baghdatis agli US Open del 2006 con taglio quasi fenomenologico, e una conclusione più convenzionale con la descrizione delle sue attività di direttore della scuola e di marito e padre. Diciamo subito che le parti più interessanti riguardano l’infanzia e l’adolescenza, qualche descrizione molto ben riuscita di alcuni incontri cruciali e il racconto dell’episodio famoso del 1997 in cui Andre, che non riesce più a vincere ed è sull’orlo della depressione, inizia a consumare metanfetamine, viene beccato dall’ATP (la federazione del tennis professionistico), scrive una lettera di scuse piena di bugie sostenendo di aver assunto quelle droghe a sua insaputa e la fa franca.

Andre Agassi And Steffi Graf's Baby Jaden

Ad Agassi non mancano di certo coraggio e sincerità. Le parti sulla vita privata, che pure è interessante e comprende un flirt con Barbra Streisland, un matrimonio fallito con Brooke Shields e un altro matrimonio con la principessa teutonica del tennis Steffi Graf, sono un po’ più macchinose e forse soffrono di uno sguardo troppo marcatamente retrospettivo. È come se ancora una volta Andre fosse condannato: nonostante ce la metta tutta a raccontarci la sua vita oltre il campo da tennis, alla fine quello che lo appassiona e ci appassiona di più è la sua vita di tennista.

Agassi non era un punk, era un ragazzo come tanti a cui non è stato concesso di fare altro se non giocare a tennis. In ogni caso, la figura centrale tra le molte che popolano il libro (da McEnroe a Connors, da Federer all’arcirivale Sampras, fino al cast di Friends e a Nelson Mandela) è certamente quella del padre. Mike Agassi, emigrato dall’Iran agli Stati Uniti negli anni Cinquanta, ex pugile, violento, ossessivo, autolesionista, aguzzino del piccolo Andre fino al punto di costruire per lui una macchina sputapalle con cui lo sottopone a pesantissimi allenamenti. Anche in questo caso Andre non risparmia i dettagli, dalle risse con i camionisti fino a piccoli particolari inquietanti. «Papà fa delle cose… Per esempio, spesso s’infila pollice e indice su per il naso e poi, irrigidendosi per il dolore che gli fa lacrimare gli occhi, si strappa un bel ciuffo di peli neri. È così che si prende cura del proprio aspetto». Molte sono le figure paterne di cui Agassi va alla ricerca del libro, molte lo deludono finché, con gesto narrativo un po’ retorico, non diventerà padre lui stesso, finalmente maturo.

Andre Agassi

Il libro presenta alcune pagine un po’ più tecniche sul gioco del tennis che fanno la felicità degli appassionati, e rievoca episodi e partite celebri per così dire dall’interno, da una prospettiva inedita per lo spettatore. Al di là degli avvenimenti sul campo, a volte Agassi si lascia andare a eccessi di zelo e cade vittima di una sorta di volontà edificante, ma non esagera mai e alla fine gliela si perdona volentieri. La cosa infatti che sorprende più di tutte è che alla fine questa autobiografia lascia aperte delle questioni. A volerla leggere con più attenzione, non ci si libera della sensazione che Agassi, campione nello sport e nella vita, sia solo una marionetta; del padre, degli sponsor, del gioco, nient’altro che una marionetta. E proprio questo tema un po’ logoro dei rapporti tra lo sport e la vita ce ne dà un esempio. Raramente l’appassionato di uno sport resiste alla tentazione di paragonarlo alla vita, di usarlo come metafora per parlare dell’esistenza. Neanche Agassi vi si sottrae, ma significativamente oscilla e in alcune pagine del libro nega recisamente qualsiasi validità a questo tipo di operazione intellettuale. All’inizio del libro leggiamo: «Non è un caso, penso, che il tennis usi il linguaggio della vita. Vantaggio, servizio, errore, break, love (zero), gli elementi basilari del tennis sono quelli dell’esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura»; e aggiunge poco dopo che nel campo da tennis si è soli come nella vita. Ma insomma, ci potremmo chiedere, che razza di vita è questa? Che immagine della vita è? Vengono in mente quelle che Marx chiamava le robinsonate: «il singolo e isolato cacciatore e pescatore con cui cominciano Smith e Ricardo appartengono alle immaginazioni del XVIII secolo», non sono altro che immagini funzionali all’ascesa di una classe sociale, e negano la socialità fondamentale dell’animale uomo. Così fa la metafora del tennis quando si applica alla vita. Ma Agassi lo intuisce: «il tennis non è la vita!» esclama altrove, prima di usare un altro paio di volte, debolmente, di nuovo la stessa metafora.

Andre Agassi vincitore al Roland Garros, 1999

Agassi nonostante tutto resta indeciso sulla sua carriera, sulla sua vita e sulla natura del suo sport. Nel 1992 vince Wimbledon, il suo primo slam; ne vincerà altri, su tutte le superfici. Solo quattro altri giocatori ci sono riusciti nella storia del tennis (Budge negli anni ’30, Laver negli anni ‘60, e poi Federer e Nadal in tempi recentissimi). Eppure scrive: «Io non credo che Wimbledon mi abbia cambiato. Anzi, ho la sensazione di essere stato messo a parte di un piccolo, ignobile segreto – vincere non cambia niente».

Titolo: Open. La mia storia
Autore: Andre Agassi
Editore: Einaudi (Stile Libero)
Dati: 2011, 502 pp., 20,00 €

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