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Scrivere non è un hamburger (la cottura richiede più tempo) ma può diventare un atto religioso

Perché scrivere se si può vivere bene anche senza mai farlo? È un piacere leggere chi le risposte le ha, sia pure sempre provvisorie, e le ritrova ogni volta che si ripresenta la domanda. Per esempio, eccone una: “Scrivo perché sono sola, e da sola percorro le strade di questo mondo. Nessuno saprà mai cosa mi ha attraversato e, cosa ancor più stupefacente, non lo so nemmeno io. Adesso ch’è primavera, non ricordo più cosa si provasse a quattro gradi sotto zero. Anche col riscaldamento acceso, si poteva sentire la mortalità ululare attraverso le pareti sottili di casa mia”. Felice scoperta è rinvenire tra gli scaffali di casa, grandi classici mai impolverati. Scrivere zen di Natalie Goldberg, (scrittrice, poetessa, insegnante da molti anni di scrittura creativa e anche pittrice: le immagini a corredo dell’articolo sono di suoi quadri)  sottotitolo ‘manuale di scrittura creativa’, è proprio un grande classico del genere, un fondamentale che dir si voglia. Un libro al di sopra di ogni sospetto perché nato prima del pullulare italico  a scoppio iper-ritardato di corsi e succursali di scrittura d’ogni genere, compresa la scrittura dell’elenco della spesa, (per chi riesca ancora a farla), nonché di fascicoli, fascicoletti, format, dvd e estenuanti lezioncine da parte di chicchessia. Ciò che rende unico il volume è il suo intenso aroma zen che ogni pagina emana,  che non è una infarinatura di Oriente di chi accenda un incenso chimico e si rivesta di qualche pezza batik, ma una modalità d’esistere e di conseguenza vivere la scrittura.  Questo significa che la pratica della scrittura nelle indicazioni dell’autrice (ebrea divenuta buddista e praticante lo zazen,  meditazione zen) non è suggerita per creare opere immortali, tanto meno mortali alla ‘mordi e fuggi con l’incasso’, appetibili per il mercato, figurarsi per diventare famosi.

Nell’impostazione zen vale la tautologia, si scrive per scrivere, salta l’incomodo gravoso e tutto occidentale del fine, o se finalità proprio vogliamo trovare è  usare la scrittura come via della consapevolezza, strada del risveglio, porta della coscienza, modalità evolutiva fatta di pratica e senso pratico (nello stile americano), umorismo, gioco tanto serio da trovare il proprio indirizzo nel mondo, anzi nell’universo. Vi pare poco? Ecco perché questo libro pubblicato in italiano dall’Astrolabio nel 1987  è un grande classico, intramontabile, succulenta raccolta di praticissimi consigli di scrittura su cose concrete (descrivi la forcina dei capelli, entra nel cuore della forcina, ama il dettaglio banale), semplice ed essenziale come è essenziale lo zen, e atto di devozione attraverso la scrittura. Infatti il titolo originale  Writing down the bones – Freeing the writer within” sta a significare all’incirca: Scrivere fin nel midollo – Liberare lo scrittore dentro di noi“. Che non è sguinzagliare il mostro del narcisismo. Natalie suggerisce di scrivere con la penna perché scrivere è innanzitutto atto fisico, dinamica liberatoria, e la penna è l’unica che asseconda spontaneamente, purché si tenga la mano libera e la si lasci fluire, i movimenti del cuore e le vibrazioni dell’anima. Tutto sta a lasciarsi andare, abbandonarsi, smettere di esercitare il controllo, ‘uccidere’  la presunzione del controllo. Il che non significa abbandonarsi all’informe, alla sciattezza, a inutili sentimentalismi o voli pindarici, a pose da artista incompreso. Natalie consiglia: “puntate alla giugulare”, vale a dire che se scrivendo affiorano blocchi, dolori, paure, censure, allora tanto meglio. È bene insistere.

Praticare la scrittura “significa in ultima analisi, occuparsi della propria esistenza nella sua interezza”. È un atto religioso, una forma di meditazione per giungere a uno stato di coscienza elevato e persino all’equilibrio interiore, non un hamburger. La cottura è lenta, lunga e non si sa cosa possa venir fuori. E non la si scambi per una psicoterapia fai da te “anche se può avere un effetto terapeutico”:“scrivere è qualcosa di più profondo di una psicoterapia. Si scrive attraverso la sofferenza. Dobbiamo esprimere attraverso la sofferenza e così facendo puntando a un atto di rinuncia”. Se scrivere diventa meditazione, ecco allora che il percorso esistenziale si fa cammino luminoso: “Noi siamo parte del tutto. Quando riusciamo a capirlo, ci accorgiamo che non siamo noi a scrivere: è il tutto che scrive per tramite nostro”. In fondo la scrittura ci permette di risvegliarci dagli inganni della mente: “Il lavoro dello scrittore consiste nel dar vita al banale, nel ridestare il lettore all’eccezionalità dell’esistente”. E allora siano benedette le tazzine da caffè, i passerotti, gli autobus, i tramezzini al prosciutto come viatici di stato di presenza. “Buttate giù un elenco di tutto ciò che di più banale riuscite a immaginare. Ogni volta che vi capita, aggiungete qualche nuova voce. Ripromettetevi, prima di lasciare questa terra, di citare almeno una volta in una poesia, in un racconto o in un articolo ciascuna delle cose che avete elencato”. Tutto è insieme sacro e profano, ordinario e straordinario: è la mente che si chiude, acceca, separa e divide, classifica e discrimina.

Scrivere è superare la malattia del dualismo: “Hemingway scrive della sovrumana pazienza di Santiago il pescatore, ma non appena smesso di scrivere maltratta sua moglie e beve fino ad abbrutirsi. Dobbiamo cominciare a riavvicinare questi due mondi. L’arte è un atto di non aggressione. Quest’arte noi dobbiamo viverla nella nostra esistenza quotidiana”. Si arriva a qualcosa che somiglia all’illuminazione buddista: “Se per scrivere prendiamo le mosse dalla nostra sofferenza, alla fine nascerà in noi la compassione per le nostre vite cieche e meschine. Dall’abbattimento nascerà una nuova certezza per il cemento che calpestiamo, per l’erba secca che fruscia sotto la sferza del vento. Potremo toccare cose che una volte ritenevamo brutte, e vederne i particolari irripetibili, la vernice che si stacca a scaglie, il grigio delle ombre – semplicemente per quel che sono, né un bene né un male, ma parte della vita che ci circonda”.

Titolo: Scrivere zen. Manuale di scrittura creativa
Autore: Natalie Goldberg
Editore: Astrolabio Ubaldini
Dati: 1987, 176 pp., 12,00 €

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